giovedì 15 agosto 2013

La grande festa tradizionale

La festa Patronale  del 15 Agosto, nel cuore dell’estate è sempre l’appuntamento più importante per il nostro paese. Seppure nella sua tradizione, è la festa che rappresenta per l’intera comunità, un punto di collegamento tra passato e presente, e che offre, sempre, momenti di riflessione per sentirsi fortemente uniti dai grandi valori cristiani.Del resto, è l’unico momento dell’anno in cui tutta la comunità s’incontra e si ritrova con i numerosi parenti, studenti e amici emigrati che ritornano per trascorrere le vacanze, per ritrovare gli odori e i sapori inconfondibili della propria terra e il ricordo dei bei tempi perduti.Con questa festa si vuole ricordare e celebrare l'arrivo della Madonna alle grotte del Monte Vingiolo avvenuto il 14 agosto 1326. 


Dal libro  "Terra_e_tempio_di_Maria"  di Stella lomonaco Giugni

…Scendono allora dai paesi montani e provengono da quelli sparsi lungo la linea ferrata i venditori, i mercanti, i curiosi, i compratori, i sensali e soprattutto i pellegrini.
                Giungono carichi di merci: chi curvo sotto fagotti e valigie, chi menando avanti l’asino trotterellante nella confusione del passaggio ostruito dalla folla, chi sui camions strombettanti, chi sui carri agricoli, chi nelle moderne vetture cariche delle merci più fini.
                Si allineano lungo il viale alberato, sotto la provvida ombra e si fermano nell’esposizione più disparata di oggetti e di merci, mentre le cretaglie e gli utensili casalinghi si aggruppano sulla spiaggia, accanto alle piccole montagne verdi dei cocomeri succosi.
                E’ una settimana di confusione, di chiasso, con l’animazione insolita che reca la fiera. Gli abitanti del luogo si ritrovano confusi tra cento, tra mille forestieri. Il paese in quei giorni è dei montanari e della gente delle marine, che dai loro paesi vi si riversano, perché la devozione o l’affare li attira.
I pellegrini veri e propri diretti al Santuario hanno un aspetto speciale.
                Giungono cantando in lunga fila dietro la “cinta”, un’offerta di candele allineate pittorescamente tra nastri, fiori e coriandoli e sorrette da assi di legno. Ogni paese offre la sua “cinta”, portata alta in testa da una donna e dietro seguono i cantatori, i suonatori con pive e cornamuse e i fedeli di quel dato luogo. Giungono con ogni mezzo e a piedi, lungo la nazionale o per altre vie, perpetuando la tradizione o il voto degli antenati.
                Arrivano stanchi, ma corrono, sono impolverati, ma vanno, hanno i loro crucci, ma cantano.
                Le volte maestose della Grotta accolgono in quei giorni canti, voti, preci, suppliche e ridanno speranze e promesse.
                Sono migliaia i pellegrini e a migliaia si raggruppano nel Santuario. Ma chi prova in tanto spazio il fastidio del chiuso e la scarsezza della capienza per la moltitudine convenuta?
                A vederli salire, sulle loro scarpe grossolane o in calzature eleganti ci si domanda: - Chi li spinge? Chi li muove? -. La risposta è là, quando se ne stano incantati nella vastità della grotta e con lo sguardo fermo sul simulacro della Madonna.
                Quelli con le scarpe grossolane, col carico di cesti e fagotti, hanno la fede rustica come i loro casolari, semplice come la loro vita dei campi, limitata come le loro conoscenze tra monti e valli, schietta come l’acqua delle loro fonti sorgive.
                Anche tra gli altri dal tono elegante vi sono i veri fedeli, quelli che affrontano viaggio, cammino e fatica con vero spirito di fede.
                Il luogo in festa pullula della moltitudine convenuta. Nella notte di vigilia i pellegrini, con cornamuse e fisarmoniche, vegliano nella Grotta.
                Al mattino e durante le funzioni sacre il Santuario è gremito. Le scale che conducono ad esso, in quelle ore sembrano coperte da un enorme, variopinto formicaio affaccendato che sale, scende ad unità ed a gruppi. Anche le strade, la spiaggia spaziosa e il viale non si riconoscono più, invasi da migliaia di persone, che levano polverio e voci nella luce calda del sole.
                Ad un tratto al meriggio le voci si placano e gli altoparlanti declamatori tacciono in una pausa riposante. Nella caratteristica processione discesa dal Santuario, avanza il simulacro venerato della Regina della festa.
                Sulle voci e sui canti sovrastano le note musicali della banda, mentre la statua della Regina passa nel tributo di preci, di spari, di invocazioni e di pianti ed ognuno scorge la propria parte del materno sorriso, che Ella dispensa.
                Quando il mare offre calma, la Madre Divina in una barca va ad elargire benedizioni sul cammino di sua provenienza. Altre barche appesantite dal carico dei fedeli La seguono in fila, come in una vogata di gala.
                Poi la Regina del Santuario ritorna tra le sue rocce; la banda musicale Le canta l’addio, i pellegrini si chiudono la festosa visione nel cuore e il sole va al mare a segnare il tramonto di festa.
                La fiera agonizza e le voci, prima più alte e insistenti, vanno tacendo.
                La festa declina, però nelle ore notturne che la seguono, i richiami sonanti dei vari strumenti musicali legano quel giorno agli altri da venire e restano soli ad avanzare voci nel tempo e negli spazi.
                I fuochi pirotecnici si affrettano a mandare variopinti scintillii, fiammelle e globetti verso le stelle, da gareggiare per attimi con esse nei pittoreschi aspetti luminosi e schioppettanti.
                Le luminarie vistose preparate d’occasione, che nelle vigilie erano state spettatrici dei balli trasferiti per quei giorni dall’agreste suolo, tra sguardi diversi da quelli delle forosette ridenti, nella tarda notte seguente la festa scintillano intorno solitarie, e sul suolo sgombrato assumono un aspetto dolente di addio.


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